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I Balcani: la Jihad nel cortile di casa dell'Europa
Alessandro Avvisato, 25 Marzo 2015
La notizia di oggi è che la polizia ha arrestato tre persone, in provincia di
Torino ma anche in Albania con l'accusa di essere reclutatori e
miliziani dell'Isis, mentre perquisizioni sono state effettuate a carico
di sospetti simpatizzanti dell'Isis in Piemonte, Lombardia e Toscana.
Gli arresti sono scattati contro due cittadini albanesi, zio e nipote. Il primo
è residente in Albania mentre il secondo vive in provincia di Torino,
mentre il terzo arrestato, è un ventenne cittadino italiano di origine
marocchina. Quest'ultimo viene accusato di essere l'autore del documento di
propaganda dell'Isis, un testo di 64 pagine scritto in italiano, apparso
di recente sul web e intitolato “Lo stato islamico, una realtà che ti vorrebbe
comunicare”.
Diventa difficile, a questo punto, non mettere in connessione questa notizia
con un contesto regionale più ampio e che investe direttamente il
cortile di casa dell'Unione Europea, ovvero i Balcani.
Il Ministro degli Esteri albanese, Ntitmir Bushati, aveva affermato
nell'ottobre scorso che in alcune zone del paese erano presenti individui
addestrati a compiere atti di terrorismo. Le zone individuate erano quelle
dei distretti di Librazhdi e di Elbasan, dove sarebbero presenti numerosi
nuclei salafiti e alcuni imam che cercano di radicalizzare i giovani. In
certi casi i jihadisti locali fornirebbero rifugio temporaneo a miliziani
provenienti dai paesi limitrofi che fanno scalo in Albania per poi imbarcarsi
su voli per Istanbul con destinazione finale Siria. Non solo. Secondo un
documento dell'Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale),
“l’Albania risulta poi essere punto di partenza anche per alcuni jihadisti
europei che utilizzano l’Italia come luogo di transito”. Sempre secondo
fonti locali sarebbero due le vie battute: una via mare, su navi appartenenti a
privati albanesi che attraccherebbero nel porto di Durazzo. L’altra via è
quella aerea; i volontari partirebbero da aeroporti italiani secondari per
raggiungere Tirana e dopo alcuni giorni di sosta, proseguirebbero per la
Turchia e da lì, come noto, verso il teatro di guerra in Siria e Iraq.
Nel settembre del 2014 in Bosnia sono stati arrestati 16 jihadisti tra cui
Bilal Bosnic, un predicatore piuttosto noto nel mondo islamico più
radicale. Gli arrestati sono stati accusati di aver reclutato, organizzato
e finanziato il trasferimento di jihadisti verso la Siria e l’Iraq per
combattere nelle file di gruppi terroristi quali dell’Isis. Nelle perquisizioni
sono spuntate fuori armi, munizioni, attrezzature militari, tessere sim,
computer e altre apparecchiature informatiche.
Il predicatore Bilal Bosnic era noto anche in Italia per i sermoni di
incitamento alla jihad in città come Roma, Siena, Como, Pordenone,
Cremona, Bergamo.
L'operazione in Bosnia – denominata operazione “Damasco”, ha rivelato
l’esistenza di una rete terroristica radicata sul territorio della repubblica
ex jugoslava “liberata” dalla Nato, quella stessa Nato che nel 1995
bombardò soprattutto le postazioni serbo-bosniache e sostenne la
comunità musulmana (circa il 40%) e croata contro quella serba. Da allora
la Bosnia è praticamente commissariata dalla Nato e dall'Unione Europea che
per anni hanno tollerato e agevolato la penetrazione di jiahdisti in
questa enclave della periferia d'Europa. Un reportage di Lettera 43 racconta
che l'influenza fondamentalista islamica nella capitale Sarajevo appare
ancora relativa. “Donne e ragazze musulmane escono la sera, bevono alcol
e fumano senza problemi. Mi sembra difficile", spiega agli inviati un
giornalista di origini serbe, "che qui a Sarajevo attecchisca il
radicalismo islamico". Ma la situazione è diversa nelle città
bosniache come Srebrenica e Tuzla, dove, secondo alcuni, sarebbero sorti campi di
addestramento per jihadisti da spedire in Siria e Iraq o sugli altri
fronti della jihad. La cosa non dovrebbe sorprendere perchè negli anni Novanta,
in Bosnia, erano arrivati centinaia di combattenti islamici – molti dalla
Cecenia o dal Maghreb– per partecipare alla guerra civile contro i serbi e
sostenuti dalla Nato che agevolò in ogni modo l'afflusso di jihadisti nel
teatro balcanico, in Bosnia come in Kosovo e Albania. I finanziamenti erano
assicurati soprattutto dal network saudita (inclusa Al Qaida) e dalla
Turchia. Il flusso e poi l'insediamento in loco degli jihadisti, è stato
agevolato da Mustafa Ceric, il gran muftì di Sarajevo sino al 2012, e da
Alia Iztbegovic, l'ex presidente bosniaco sostenuto economicamente,
politicamente e militarmente dalla Nato.
Ma una operazione analoga è stata condotta dalla Nato (Usa e Ue con pari
responsabilità) anche nel Kosovo. Anche qui i bombardamenti della
Nato contro la Serbia hanno spianato il terreno alla secessione del paese
a maggioranza albanese e musulmana. Nei fatti si è costituita una enclave
fuori controllo dove i gruppi jihadisti hanno trovato lo spazio per
organizzarsi. Il governo del Kosovo solo recentemente – anche a causa del
cambio di alleanze degli Usa e degli europei nello scenario mediorientale –
è corso ai ripari.
Ad agosto dello scorso anno una operazione della polizia del Kosovo aveva
portato in carcere 40 sospetti jihadisti (mentre altri 17 sono
risultati irreperibili). Altre tre erano stati arrestati a giugno e altri
11 arrestati sette mesi prima. Alcuni sono molto giovani, nati addirittura nel
1994 e molti hanno meno di 30 anni. Ai giovani disoccupati kosovari
vengono offerti fra 20mila e 30mila euro per andare a combattere con i
jihadisti dell'Isis in Siria e Iraq ha denunciato pochi giorni fa il
segretario della comunità islamica in Kosovo, Resul Rexhepi. Il Parlamento del
Kosovo ha approvato pochi giorni una legge che vieta ai propri cittadini
di partecipare a conflitti all'estero nel tentativo d'impedire ai suoi giovani
di andare a unirsi ai gruppi jihadisti in Siria o in Iraq. La norma
prevede fino a 15 anni di carcere per chiunque violi il divieto di prendere
parte a conflitti armati all'estero. Il ministro dell'Interno di Pristina
stima che circa almeno 300 persone dal Kosovo si siano recate a combattere
insieme alle milizie dello Stato islamico in Iraq e Siria (Isis).
Mentre tutti gli sguardi, le attenzioni e le flotte militari convergono sulla
Libia, le cancellerie occidentali evitano di rendere conto dei danni che
hanno provocato negli ultimi venti anni anche nel vicino est, alle
frontiere della stessa Unione Europea. La distruzione della federazione
jugoslava, perseguita sistematicamente dalla Germania prima e da Usa e
Unione Europea poi, ha consentito la nascita di enclavi out of control nei
Balcani, zone dove i finanziamenti concorrenti di Turchia e Arabia Saudita
hanno riprodotto scenari conflittuali e alleanze definitesi anche in Medio
Oriente. Ma portandole vicino ai confini, anzi dentro il cortile di casa.
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